IO PREVEDO! (...ma non mi credono)

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venerdì, 08 dicembre 2006

La Carmen

Dopo una botta in testa che l’aveva lasciata per tre giorni in coma, quando Carmen si risvegliò, per qualche strano motivo sapeva predire il futuro. Istintivamente pensò di raccontarlo ai medici, ma le fu facile prevedere che non le avrebbero creduto e che l’avrebbero presa per pazza. Pensò allora di fare delle previsioni di avvenimenti che si sarebbero avverati di lì a poco, per dimostrare in questo modo a tutto il mondo i suoi poteri. Chiuse gli occhi, irrigidì i muscoli del volto in una smorfia, e previde un omicidio che si sarebbe dovuto svolgere l'indomani. Aprì gli occhi e si rese conto che se l'avesse svelato l’avrebbero ritenuta complice e l'avrebbero arrestata.
Carmen si stizzì. Per quanto immaginasse, le sue previsioni la portavano ogni volta alla stessa conclusione: non sarebbe stata creduta.
Così decise di aprire un blog e di anticipare ciò che altri blogger avrebbero scritto l'anno successivo. Nei giorni seguenti parola per parola pubblicò in gran sordina quel che aveva previsto sarebbe stato scritto nel futuro. "In questo modo mi dovranno credere per forza!" Si gongolò. E per esserne sicura si concentrò  per sincerarsi che sarebbe andata proprio così. Invece, si rese conto che se fosse riuscita a convincere l'umanità dei suo poteri, non avrebbe avuto più pace. Tutti l’avrebbero perseguitata, ricercata, interrogata sul futuro. Dal presidente degli Stati Uniti sino all’ultimo dei pezzenti. Avrebbe persino potuto essere rapita dai terroristi.
Alla fine si risolse di non dire nulla di quel che era successo e di tenerselo per sé. Uscita dall'ospedale, dopo qualche tempo di degenza, decise di vincere tre o quattro volte al supergigalotto, di cui facilmente poteva prevedere i risultati. Quando ebbe abbastanza soldi da comprarsi un’isola tropicale lo fece. E si ritirò per sempre nel suo paradiso circondata da decine di giovani lacchè.
Del suo blog abbandonato non si preoccupò più. Aveva previsto che un giorno la sua storia sarebbe stata raccontata da qualcun altro e che il suo blog anticipatorio sarebbe stato scoperto. Ma sapeva anche che nessuno avrebbe creduto a quella storia e che tutti avrebbero pensato a una burla...


postato da: laCarmen alle ore 14:20 | link | commenti (12)
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mercoledì, 15 novembre 2006

ELOGIO DEL PRECARIO 
Vorrei dire una cosa sul problema del lavoro precario e effimero, di cui tanto si parla con toni gravi, dalla Cina a Milano:  non se ne può più.
Ma benedetti ragazzi, sempre a lamentarvi, siete. Volete solo il posto fisso, la pappa pronta. Suvvia, così non c’è gusto, amici miei. Viviamo nell’era della velocità e del rischio, e voi invece cosa cercate? La sicurezza. Tzè. Antichi! Cos’è tutto questo parlar male della condizione di precari? Il precariato è bellissimo. E’ emozionante. Vuoi mettere il brivido dell’imprevisto? L’ebbrezza di ritrovarti in mezzo a una strada dalla mattina alla sera? La suspense di non sapere se la settimana prossima potrai pagar l’affitto o mangiare? Non è, quella del precario, una vita eccitante? Certo, c’è sempre quella piccola e fastidiosa incertezza (“sopravviverò? dovrò andare a dormire sotto un ponte? chiedere un prestito alla banca? vendere un organo interno?”) ma è il suo bello, il fascino dell’ignoto, che diamine. Ah, quanto sarebbe noiosa l’esistenza se non ci fosse l’elettrizzante incognita di arrivare a fine mese.

E quindi: un po’ di entusiasmo, andiamo. Evviva il precariato moderno, che è meglio di un videogame: un videogame tridimensionale, molto realistico, che non si svolge nella playstation ma, per una volta, nel mondo vero. Un po' come quei giochi di guerra, solo che stavolta i nemici anziché spararti si limitano a dirti che non gli servi. Che, se permetti, sarà poco educato, ma comunque meno doloroso.

postato da: laCarmen alle ore 11:02 | link | commenti (14)
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martedì, 31 ottobre 2006

Apologia del commento (e del pregiudizio)


 
Avvertenza: quanto segue nasce, in nucleo, come commento. Cancellato. Evolve poi come mail. Cancellata. Si definisce infine come post, e se leggete questa avvertenza significa che non l’ho cancellato. Meglio avrei fatto, perché parlare di cose su cui sarebbe consigliabile tacere va contro ogni buonsenso. Tuttavia – e questa, opera di uno scrittore svedese, sarà ora la frase posta a campeggiare qui nella colonna a destra, sebbene insista col ritenere che non possano esistere scrittori svedesi, soprattutto quelli le cui iniziali formano l’acronimo POE – andare contro ogni buonsenso è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buon senso, ci arrenderemmo.
 
S’è ripetuto con insistenza: qui si hanno cari i pregiudizi. I miei, intendo. E non perché li ritenga necessariamente validi; possono non esserlo, e non me ne cale in eccesso. Il pregiudizio è il rilievo altimetrico di una cartografia cognitiva, è l’indicazione orografica di una mappa del pensiero, e serve a interpretare la topografia del quotidiano. Se anche la mappa concede una certa tolleranza all’errore, è comunque strumento utile al (dis)orientamento.
Tutto questo, e sarebbe bastato molto meno, per dire che non ritengo di dover giustificare il mio pregiudizio nei confronti di Giuseppe Genna. D’altro canto trattasi di un pregiudizio discreto e indipendente: vive per conto proprio, non chiede attenzione, ogni qualche anno si ripresenta a far mostra di sé e poi ritorna nel dimenticatoio. Come iersera, ad esempio. Entrato in casa mia, si è seduto in poltrona (e sì che in a casa di poltrone non ce ne sono), ha riempito la pipa con una generosa carica di Balkan Sobraine (virginia, macedoni, oriental, latakia) e ha sorriso.
Suppone il Genna, a gemmazione di un post di Babsi Jones sull’utilità/disutilità dei commenti nei blog, che qualcuno possa domandarsi perché egli prenda posizione sulla diatriba commenti chiusi o aperti solo ora, dopo che se ne discute da anni. Invero ne faccio confessione: l’interrogativo era lacerante, ma ora finalmente s’è dato colmo alla lacuna.
Ebbene, nel suo articolo Genna dimostra che la rete, lui, la conosce poco e nulla (il mio pregiudizio ringrazia). Leggerà, suppongo, due o tre blog (uno è il suo) e due o tre riviste online (quelle in cui scrive lui, ma anche questa è un’illazione) e crede che quella manciata di bit sia la blogosfera. E' un diritto e non gliene faccio una colpa: altre ne ha, e di più gravi.
L’esortazione che Genna pontifica è di chiudere i commenti, nient’altro di meno.
Esso Genna non sa che il commento, oltre a essere, occasionalmente, un superamento in qualità del post stesso – e suppongo sia per scansare questo pericolo che Genna, i commenti, lui proprio no - ne è comunque l’evoluzione.
La scrittura in rete non è mai definitiva, mai irrevocabile, ma continuamente resa viva dalla condivisione e dal contributo esterno.
Rispondere a una suggestione con un commento o con un post autonomo è scelta equivalente per sostanza, seppur differente per collocazione.
Il commento ha dignità.
Il commento risponde alla stessa necessità di immediatezza della scrittura che genera i post.
Il commento giustifica l’esistenza di un blog, che è anche un sistema di relazioni,  di condivisione di contenuti e di confronto alla pari.
La presenza dei commenti permette lo scambio effettivo di ruolo tra chi scrive e chi legge, caratteristico della blogosfera e della sua scrittura. Comprendo che chi è legato a schemi tradizionali e istituzionali – la fruizione del libro ai tempi di Gutenberg – si trovi a mal partito, in una situazione dove il piedistallo viene rimosso.
Tuttavia, nel suo articolo Genna accenna anche a qualche considerazione non del tutto infondata. La cosa irrita, ma solo lievemente, il mio pregiudizio, ché qui tutto quel che si chiede è un po’ di coerenza nel proprio ruolo.
La rete, in effetti, subisce da qualche tempo un certo appiattimento generale. Se anche i commenti non appaiono sempre pregnanti, è perché c’è un rilassamento, una perdita di propulsività e di fame di parole.
Questo stesso blog, di recente, ha meritato a stento il 6 politico per la poca intenzione di innovarsi.
Perfino le querelles d’un tempo davano maggiore vitalità e movimento, e spostavano l’inerzia di un mare troppo tranquillo. Qui si tenta di apportare un contributo in tal senso.

(su un altro argomento non sconcordo con il suddetto: l’uso che Babsi fa del proprio blog è pienamente BitLit oriented, con uso di ipertestualità, immagini, filmati e link che sono parte integrante del testo. Si dirà: ma Ella è estimatrice del Genna, e la cosa va contro ogni buonsenso. Tuttavia, andare contro ogni buonsenso è un buon modo per non arrendersi, ma forse questo l’ho già scritto)

postato da: laCarmen alle ore 18:24 | link | commenti (8)
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giovedì, 26 ottobre 2006

hai hai TAN!

Certo che sento la tua mancanza,
io la sento già quando scendi
a dare l’acqua ai fiori

(Vorrei scriverti poesie smisurate
ma mi vengono tutti pezzi a metro
incrinati come screzi del vetro
tra le rime baciate o alternate).

Certo che sento la tua mancanza,
io la sento già quando apro la porta
per comprare la frutta al mercato
e portare su dall’orto gli odori.

Ti amo, ti adoro,
tu sei la vacca
e io il toro.

* ¿ *
vvv
;


postato da: laCarmen alle ore 09:58 | link | commenti (18)
categorie: musica
martedì, 24 ottobre 2006

CHE MANIE LE MIE!

L'enorme potenziale della swot analisys per l'espansione complessiva del sistema

Lui.
Lui è l’antitesi del seduttore, ma non in senso buono.
Lui è uno degli uomini più odiosi che mi sia mai capitato di incontrare. Non ha collo, la testa direttamente incassata nelle spalle. Basso di statura.
No, non è realmente brutto. E’ solo odioso. Di quelli ai quali tireresti un paio di sberle a prescindere.
E’ un’opinione condivisa.
Lui ha un rapporto morboso con i suoi cellulari, è sprezzante dell’interlocutore. E’ un pessimo oratore, di quelli che sviscerano una serie di nulla mal confezionati.
La sua claque è moralmente obbligata ad ascoltarlo e a complimentarsi per le vacuità che snocciola.
Mi è toccato ascoltarlo, in nome della ragion di stato
Ma non ero lì, mi limitavo a prendere appunti in stato di trance.
E’ che io ho un rispetto sacro per la parola, sono convinta che non vada mai sprecata, nemmeno quando è superflua o abusata.
Basta rimodularla, riplasmarla. Infonderle nuova vita. Trasgredirla e riapplicarla.
La parola è intrinsecamente magica, ha il potere di trasformare il mondo, di spalancare le porte della meraviglia.
E allora customizzami, come il principe la piccola volpe. Clusterizza tutte le mie zone erogene,  fanne una mappatura a geometria variabile.
Sperimenta una messa a sistema, proponimi azioni trasversali, sfiora i miei punti di eccellenza, ignora tutti i competitors.
Io ti farò un upgrading, sottilmente mi occuperò della pianificazione integrata di tutte le logiche di intervento.
Sarò il tuo one stop shop. Nessuna randomizzazione, voglio il tuo focus sul mio client.
Be my hub, baby.

 

postato da: laCarmen alle ore 12:51 | link | commenti (35)
categorie: musica
lunedì, 23 ottobre 2006

 

   Quando l'ora ribatte:

    "!"

    qualche minuto passa

    pigramente per strada

 


    indugia, individua

    le stelle più adatte per

    ora perché tutto il tempo è notte.

postato da: laCarmen alle ore 16:40 | link | commenti (18)
categorie: musica

 

FUNERALI DI MARE

 

 I funerali sono durati cinque o sei giorni, o anche più.
Da quando le bare, coperte di fiori fuori stagione, hanno sfilato, lentissime e laiche, davanti alla banchina del porto, alle acque nere e al relitto sfondato. Dietro si muovevano sindaci, dolenti, arcivescovi, assessori comunali e provinciali, marittimi, studenti, un sottosegretario, alcune madri, alcune mogli. Davanti il mare stava immobile, oleoso, zitto come quel giorno (e quel silenzio vastissimo era un altro dei nascondigli sfacciati della morte).
 Poi, dall’acqua di catrame è affiorata una tartaruga, una Caretta Caretta di quelle gigantesche, che ogni tanto finiscono nelle reti e i marinai si fanno il segno della croce e le liberano subito, ma qualcuno dice che sono squisite, a mangiarle (ma mangiare una tartaruga è come mangiare un tritone, una ninfa, un uccello del paradiso, un angelo). Era immensa, vecchia, verde di muschio di fondale, marrone di limo mediterraneo. Le mancava una zampa, troncata di netto.
La folla ha avuto un brivido, ha emesso un “oooohhh” profondo che è stato il segnale d’inizio.
 Mentre i vigili portavano via la tartaruga ferita, verso un centro soccorso dove curano gli animali marini e mitologici, tartarughe delfini orche lupi acquatici draghi sirene, il funerale cominciava per davvero.
Lo scirocco, ch'aspettava al centro dello Stretto, ha cominciato a ribollire e gonfiarsi, verso l’una e l’altra sponda. I gonfaloni dei paesi di mare s’agitavano, i fazzoletti, i paramenti, gli stami dei fiori fuori tempo. L’arcivescovo sudava nel colletto stretto, mentre l’odore dell’incenso diventava più forte e stringeva alla gola: lo scirocco raddensa gli odori e dirada i suoni, rende le figure indistinte e gli incubi più netti, fa palpabile la luce e dà un corpo chiaro all’ombra.
 Mentre il corteo proseguiva – ma ora le bare erano più pesanti, perché lo scirocco raddoppia i pesi e chiarisce bene la fine d'ogni speranza – il mare già scavalcava le banchine.
 Le parole dell’arcivescovo si sono perse nell’aria fitta di sabbia e luce impastate, dense come un fango leggero che entrava negli occhi, in bocca, tra i capelli. La musica non l’ha sentita nessuno: l’organo a canne– 16.000, distribuite sui due lati del transetto – non arrivava da nessuna parte, i suoni cercavano un appiglio e ricadevano, pesantissimi, come certi pesci argentati che piovono sulle strade quando, raramente, ci sono i temporali del mare capovolto.
 E le navi, le navi muggivano per tutto lo Stretto: in corteo, grandi chiatte bianche o zattere dai fianchi ampi, monocarena appuntiti, chiglie rotonde o ovali, metallo o legno calafato, riempivano di richiami di bovino triste tutto lo spazio, esiguo, lasciato tra terra e cielo dallo scirocco. La messa la recitavano loro, una messa marina mugghiante e amara.
 Il mare è andato avanti così per quattro, cinque giorni. Il mare s’era fatto nuvole basse, grigie e gonfie, che si posavano direttamente sulle colline, sui terrazzi, sui muri di contenimento, sulle palpebre. Le sponde erano invisibili, avvolte di nebbie salate. Nessun clima riconoscibile: un inverno tropicale, una primavera artica, un'estate nevosa. La città era un acquario, dove ci muovevamo respirando acqua dalle branchie, silenziosi come pesci, mentre i pesci, nello Stretto tempestoso, cantavano con voce umana. C’era un freddo caldissimo, e camminavamo fradici fino alle ossa, nelle strade trasformate in affluenti mediterranei, mentre le navi, asciutte, saltavano di onda in onda. Avevamo mal di capo, e non riuscivamo a parlarci, e ciascuno se ne stava nella sua bolla di malumore, respirando cattivi pensieri, guardando le nuvole che sfioravano l’acqua.
 Abbiamo aspettato, come se fossimo saggi – ma non era saggezza, era l’esercizio di pazienza che, senza saperlo, le genti di costa praticano da sempre.
Poi, il funerale è finito. L’inverno è tornato a sedersi, e si pettina la barba.

Uffa, volevo scrivere una serie di altre cose. Chessò, l’iguana di nome Mozart che dovrà essere operata, allo zoo di Anversa, perché è in costante erezione (una colonna in pagina esteri sul giornale di oggi, lo giuro); le nominèscions per gli Oscar, che non se ne può più di Clint Eastwood e mi piacerebbe che per una volta vincesse una tragedia greca, invece che un film americano (infatti, stavolta vorrei che vincesse “The departed”, di Scorsese, che è sobriamente eschileo); di come ho visto diversi uomini piangere guardando “Rocky Balboa”, e allora ho ragione io che non siamo della stessa specie, pure se, misteriosamente, siamo interfecondi (ma più spesso intersterili).
E volevo parlare dei luoghi, di come ci facciano a loro immagine e somiglianza. Ma forse di questo ho parlato, è vero.

 

 

postato da: laCarmen alle ore 11:48 | link | commenti (30)
categorie: musica
giovedì, 19 ottobre 2006

ANOMIA

 

per un difetto di rievocazione, il mostro s'è disciolto dal suo giogo e insegue ad ogni istante un altro istante: durante l'evasione, sterili rami venano la lisca pinnata del suo corpo calloso e galoppante, ormai lanciato nella periferia d’una periferia parca di ombre, solcata da cerniere scollimate - nella spianata delle interpunzioni saluta una sirena collassata che smorza il canto e l’osserva impennarsi su un cumulo d'erbacce disseccate “passa di qui la circonlocuzione?” domanda l’ippocampo - poi, per nulla interessato, nitrisce, blocca la sua transumanza e se ne torna pigramente a casa

postato da: laCarmen alle ore 19:19 | link | commenti (11)
categorie: la mia vita

Giocatore nel 1975

1975
9 febbraio 2007 Nel 1975 uccidono Pasolini. Nel piazzale della mia scuola materna ci stava un autobus abbandonato, ma non so se c’era già in quell’anno, o in quello dopo. Scuola Materna “Lidia Lalli“. Non so se era proprio in quell’anno che c’entrai. Poco importa. La scuola materna aveva una sua “ricreazione”, un’uscita in cortile. I miei genitori raccontano che già allora mi lamentavo perché in quel luogo “si deve giocare ad obbligo”. Per me già allora “giocare” non reggeva l’imperativo, quindi. Il gioco più bello tra tutti quelli della scuola materna era proprio l’autobus abbandonato in cortile. Mi chiedo ancora come ci permettessero di usarlo. C’era una corsa per arrivare ad occupare il posto di guida, perché giocare a fare il passeggero non è la stessa cosa che giocare a fare l’autista del bus. L’autobus era una cosa gigantesca, in proporzione a bambini di 3, 4, 5 anni. La scuola materna rimane condensata in un ricordo triplice: l’autobus, una fetta di mela che annerisce, le brandine per dormire. Ed anche il 1975 è una fetta di mela che annerisce.

postato da: laCarmen alle ore 08:52 | link | commenti (3)
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mercoledì, 18 ottobre 2006

topolino


“Minni, io ti salverò” testo di Angelo Palmas-disegni di Marco Pavone.

Te lo ricordi il vecchio Topolino?
Non aveva questa carta patinata, era un po’ ruvida e se ci scrivevi sopra con la stilografica l’inchiostro si spandeva a raggi blu pelikan sulla pagina. I disegni che preferivo erano quelli di Luciano Gatto. L’impaginatura era diversa, il disegno non usciva mai dalla cornice. Quello del vecchio Topolino era un mondo più tranquillo, sereno e senza tante domande. Costava ottanta lire, ed io facevo l’origami anche tra le sue pagine.
L’ho fatto anche oggi, non vorrei perdere il segno, ché son arrivata dove Gambadilegno rapisce Minni.

 

 

postato da: laCarmen alle ore 20:35 | link | commenti (10)
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