ELOGIO DEL PRECARIO
Vorrei dire una cosa sul problema del lavoro precario e effimero, di cui tanto si parla con toni gravi, dalla Cina a Milano: non se ne può più.
Ma benedetti ragazzi, sempre a lamentarvi, siete. Volete solo il posto fisso, la pappa pronta. Suvvia, così non c’è gusto, amici miei. Viviamo nell’era della velocità e del rischio, e voi invece cosa cercate? La sicurezza. Tzè. Antichi! Cos’è tutto questo parlar male della condizione di precari? Il precariato è bellissimo. E’ emozionante. Vuoi mettere il brivido dell’imprevisto? L’ebbrezza di ritrovarti in mezzo a una strada dalla mattina alla sera? La suspense di non sapere se la settimana prossima potrai pagar l’affitto o mangiare? Non è, quella del precario, una vita eccitante? Certo, c’è sempre quella piccola e fastidiosa incertezza (“sopravviverò? dovrò andare a dormire sotto un ponte? chiedere un prestito alla banca? vendere un organo interno?”) ma è il suo bello, il fascino dell’ignoto, che diamine. Ah, quanto sarebbe noiosa l’esistenza se non ci fosse l’elettrizzante incognita di arrivare a fine mese.
E quindi: un po’ di entusiasmo, andiamo. Evviva il precariato moderno, che è meglio di un videogame: un videogame tridimensionale, molto realistico, che non si svolge nella playstation ma, per una volta, nel mondo vero. Un po' come quei giochi di guerra, solo che stavolta i nemici anziché spararti si limitano a dirti che non gli servi. Che, se permetti, sarà poco educato, ma comunque meno doloroso.